Guarire il corpo riconoscendo chi siamo

Quest’estate è morto un caro amico. Sapevo da tempo che non stava bene; dopo le mie tante insistenze alla fine si era confidato e ho cercato, per quel poco che lui mi ha permesso, di stargli vicino e di supportarlo.

Era una bella persona, in ottima forma fisica. Sfortunatamente però il peso dei “fantasmi” che lo avevano accompagnato per tutta la vita – e con i quali non era riuscito a scendere a patti (nel senso di elaborare, digerire, risolvere) – hanno infine avuto la meglio, catapultandolo in una situazione in cui la forza è diventata velocemente una debolezza invalidante. Una tale sofferenza psichica ne ha alla fine prosciugato il corpo, causandone il decesso.

Non consola sapere che così come ha scelto la sua vita, ha scelto anche i fantasmi con i quali avrebbe dovuto confrontarsi e che, ad un certo punto, avendo evidentemente deciso che aveva fatto quello che doveva e poteva, abbia deciso che era arrivato il momento di proseguire altrove. Né io né altri amici e parenti siamo stati in grado di aiutarlo maggiormente.

Dico che non consola perché, nonostante io abbia una precisa idea in merito alla vita e alla morte (come ho già raccontato in diversi articoli e nel breve saggio “Il viaggio eterno della coscienza”) quando ti rendi conto che una persona a cui vuoi bene avrebbe potuto rielaborare meglio gli accadimenti della sua vita proseguendo il suo lavoro qui ed ora, ti senti un po’ affranto. Avresti voluto e forse anche potuto fare di più.

Pochi mesi prima era mancato anche mio suocero. Anche lui un uomo gentile che ha faticato ad accettare alcuni avvenimenti della sua vita e che ha probabilmente preferito scegliere una strada invalidante, piuttosto che continuare a soffrire per eventi e vissuti su cui gli sembrava di non avere controllo. Una strada che, evidentemente, era per lui preferibile e che forse gli ha permesso, ancora in vita, di affrontare alcuni di questi “fantasmi” in modi che a noi possono essere sembrati scanditi solo da grande sofferenza, ma che invece avevano sicuramente anche valenze diverse.

Rimane difficile accettare il fatto che ognuno di noi decide da sé come vivere questa vita e che “intervenire” in favore di quella degli altri è possibile solo fino a un certo punto. Difficile ma non impossibile, a volte possiamo fare la differenza per “accorciare” (nel senso di aiutare a risolvere prima, in questa vita, alcuni degli scogli esistenziali) il percorso di qualcuno e dargli più tempo e più materiale con cui lavorare.

Un aspetto che non smetterà mai di farmi riflettere è che nonostante tutti noi abbiamo scelto in modo ben preciso quale esistenza avremmo voluto sperimentare e quali prove e scogli avremmo dovuto superare, resta il fatto che rimane per ciascuno di noi un’ampia gamma di possibilità e di strumenti che possiamo sfruttare per portare a termine il nostro compito in questa esistenza.

Provo a spiegarmi meglio. Non è sufficiente dire: “La vita del mio amico è stata così…troppi irrisolti e troppa poca consapevolezza di alcune cose per poter sfuggire a una depressione fulminante o, quantomeno, riuscire ad affrontarla”.

Certo si potrebbe anche obbiettare che se il mio amico, come mio suocero, non hanno avuto la possibilità, la forza, l’occasione di affrontare certe questioni, era proprio perché avevano deciso di vivere questa vita in questo modo.

E io non potrei essere meno d’accordo.

Ma in questa “equazione” rischiamo di non prendere in considerazione due aspetti a mio avviso determinanti; Il contatto, lo scambio e l’interazione con l’altro da noi e  la consapevolezza di ciò che accade nella nostra vita.

In merito al primo aspetto dovremmo ricordare che siamo animali sociali. Ci siamo polarizzati sulla terra come individui e come parte del genere umano perché sapevamo bene che in questa “palestra” avremmo fatto diverse esperienze, allenando anche la nostra capacità di interazione con l’altro. E queste interazioni offrono indubbiamente numerose possibilità di comprendere meglio oltre che l’altro, anche noi stessi. 

L’aspetto relativo alla consapevolezza, invece, implica di avere gli strumenti, anche e soprattutto psichici e mentali, per comprendere ed elaborare la realtà che ci circonda.

Non dobbiamo infatti dimenticare che il piano di esistenza in cui operiamo è scandito dalla polarità. Noi possiamo anche avere scelto una certa vita, ma una volta proiettati qui, non possiamo fare finta che questa polarità non esista.

La nostra vita è scandita da questa polarità; quando viviamo un momento difficile a causa degli eventi della vita o di una malattia, appunto, reagiamo e interagiamo in una realtà densa e polarizzata.

Le nostre azioni e la nostra capacità o meno di muoverci consapevolmente in questa polarità, cambieranno le carte in tavola. Nel bene e nel male. 

Quando parlo di consapevolezza, mi riferisco a una mente sufficientemente “tranquilla” e capace di cogliere e interpretare ciò che accade, una mente capace di osservare senza farsi travolgere. Quando riusciamo a mantenere un punto di osservazione nella quiete (trovando l’equilibrio tra le polarità di yin e yang) tutto diventa più chiaro e seguire il proprio “destino” diventa più semplice.

Per questa ragione parlo spesso di psicoanalisi. Perché sovente è soltanto attraverso la strada della psiche che possiamo capire qui ed ora ciò che ci serve per proseguire sulla nostra strada. Se la consapevolezza manca, tutto diventa più difficile e, forse, anche il raggiungimento del “compito karmico” che ci eravamo prefissi.

Insomma, abbiamo tutto il tempo per completare ciò che siamo venuti a fare, ma abbiamo anche la responsabilità di fare tutto ciò che è in nostro potere per raggiungere tale scopo.

Se non lo facciamo quell’aspetto di noi rimarrà irrisolto e avrà bisogno di un altro “giro di giostra”.

Certo, rimane l’annoso problema nell’ambito dei terapeuti, degli psicologi e degli psicoanalisti, che dovete trovare quello giusto. E avere la forza di cercare altrove se necessario.

Il mio amico per esempio ha avuto la forza di cercare aiuto, ma sembra non sia riuscito a trovarlo. Quando parlo di queste situazioni, ahimè piuttosto frequenti, perdo tutto il mio “aplomb taoista” e divento furioso perché fin troppo consapevole dei tanti cialtroni che ci sono anche in questo ambito.

Se avete bisogno di un analista dovete insistere e trovare quello giusto. Solo liberando spazio dentro di voi potrete tornare ad ascoltare meglio e capire meglio cosa vi accade e dove volete andare. Generalmente, prima di dedicarvi alla meditazione, dovreste aiutare la vostra mente a placarsi quel tanto che basta per poter poi restare in ascolto nel modo corretto.

In questo articolo vorrei quindi analizzare con voi, brevemente, cosa significhi essere malati, perché ci ammaliamo e cosa potremmo fare per sfruttare questa malattia al meglio. Che la nostra malattia sia organica o psichica, infatti, poco importa. Noi pensiamo alla malattia come a qualcosa che per una ragione o per l’altra ci impedisce di vivere la vita che vorremmo, di fare quello che vogliamo e gioire quindi di un’esistenza senza impedimenti, perlomeno di natura organica.

Ma come accennavo prima, tutti noi abbiamo scelto le nostre malattie. E questa frase, che potrebbe forse infastidire chi sta effettivamente combattendo contro qualche male, mi porta a fare una piccola premessa (l’argomento è vasto e come ho detto potreste trovare utile leggere il saggio che ho citato).

Noi siamo immortali da sempre. Non c’è nulla che dobbiamo evolvere spiritualmente. Noi siamo già spiriti evoluti quanto basta. Stiamo facendo esperienza qui, nel corpo e per il tramite del corpo. Il nostro “problema” è rappresentato dalla polarità, da questa alternanza che agita il nostro sé polarizzato e il nostro sentire. Ricordate che la parte più profonda di voi, il vostro Spirito, è molto tranquillo, risiede in una dimensione che non è afflitta dalla polarità.

Potremmo dire che stiamo vivendo in una specie di sogno, e quello che stiamo sognando è la vita che viviamo ogni giorno. Il nostro Spirito Originario ha deciso di polarizzarsi nella materia per sperimentare questa vita, queste gioie e questi dolori.

Noi forse non ricordiamo il perché, ma potete stare certi che abbiamo deciso noi, consapevolmente, che queste sarebbero state le “sfide” che avremmo voluto affrontare. O per meglio dire – sdrammatizzando questa contemporanea idea malsana che ci siano sempre dei traguardi da raggiungere e auspicabilmente da superare – abbiamo scelto delle esperienze che ritenevamo ci sarebbero state utili.

Quando moriremo, e quindi quando abbandoneremo questo corpo fisico risvegliandoci da questo sogno che è la nostra vita, semplicemente ci risveglieremo come Spirito che, di fatto, è ciò che siamo da sempre e che non abbiamo mai smesso di essere. Avremo semplicemente terminato la nostra esperienza e saremo pronti per la prossima.

Quando sognate il vostro corpo fisico non scompare, resta nel vostro letto tranquillo e lo ritrovate la mattina dopo, giusto? Potreste dire che i vostri sogni sono meno reali della vita diurna che tanto bene conoscete?

Una famosa storiella taoista recita:

“Un giorno Chuang-Tzu sognò di essere una farfalla. Ben presto però si svegliò e non seppe più distinguere se era Chuang-Tzu e aveva sognato di essere una farfalla, oppure se era una farfalla e stava sognando di essere Chuang-Tzu”.

E quindi dove voglio arrivare, si chiederà il lettore.

Il punto è che in questa esperienza terrena che è la nostra vita, abbiamo scelto eventi e situazioni specifiche. Parte del nostro lavoro consiste proprio nel viverle con consapevolezza e lasciare che da queste ne scaturiscano altre, dato che tutto muta costantemente e anche la nostra stessa esperienza esistenziale del qui ed ora è in continua evoluzione. Se è vero che abbiamo predisposto la nostra esistenza prima ancora di polarizzarci in questa forma terrena, questo non significa che nel prosieguo dell’esperienza questa non possa cambiare e proporci strade diverse o complementari. Sicuramente parte del nostro “compito” è imparare ad accettare tali esperienze e lasciarle evolvere in quella che è la strada della nostra vita. Scegliendo sempre la strada che più ci attrae e che maggiormente stimola il nostro entusiasmo. 

Senza dilungarmi ulteriormente, vediamo dunque cosa può significare la malattia che ci sta affliggendo e come possiamo fare per favorire la guarigione.

Lo faremo ricordando che siamo noi a generare la nostra realtà. Sia quella che ci circonda, sia quella che ha a che fare con il nostro corpo. Ormai anche la fisica, in particolare l’evoluzione di quella quantistica, lo ha suggerito e confermato a più riprese.

Quando guardate il vostro tavolo da pranzo dovreste essere consapevoli del fatto che il tavolo in realtà non esiste. Siete voi (insieme a tutti i vostri familiari e a tutto il genere umano, potremmo aggiungere) a generare quel tavolo.

La nostra coscienza genera, plasma e distrugge la realtà fisica in cui operiamo.

E quindi direte voi, se ho un tumore vuol dire che me lo sono fatto venire io? Per quanto possa disturbarvi l’idea e al netto delle tante sfumature che pure andrebbero prese in considerazione, la risposta è si. Ma per dirlo meglio, avete permesso al tumore di diventare lo strumento attraverso il quale avreste sperimentato (anche) altro.

Avete deciso di sperimentare una certa malattia perché sapevate che vi avrebbe consentito di affrontare tutta una serie di questioni utili al vostro sviluppo. Anche se oggi ne fareste volentieri a meno, è quello che avevate scelto.

E quindi dovete fare come il mio amico e alzare bandiera bianca? Potete farlo, non ci sarebbe comunque nulla di discutibile in una scelta che è solo vostra. Agli occhi degli altri potrebbe sembrare una resa, ma potrebbe anche essere semplicemente che avete fatto quello che eravate venuti a fare e ora siete pronti per andare oltre o per riprendere dove avete interrotto.

A volte invece potreste considerare che la malattia fisica, scelta o meno che sia, favorita o meno anche da “fattori esterni”, deve essere affrontata, elaborata, compresa. Probabilmente è proprio questo quello che avevate deciso di fare.

Se anche soccomberete fisicamente a un tumore, a una depressione che vi toglierà la forza di vivere o ad altro, quello che conta è come avrete interiorizzato tutto ciò. Come lo avrete riconosciuto, elaborato, riequilibrato.

Vediamo quindi come potremmo affrontare non tanto la malattia in sé, ma la nostra capacità di ascoltare noi stessi e quella parte di noi rappresentata qui proprio da tale malattia.

Il nostro spirito ha scelto la malattia per permetterci di affrontare e riconoscere alcuni aspetti di noi che meritavano attenzione. Se riusciremo a fare questo è possibile che la malattia stessa cesserà di esistere, avrà contribuito a farvi raggiungere lo scopo che vi eravate prefissi.

Ciò che deve guarire è lo spirito, l’anima. Se anche è vero che abbiamo scelto noi la malattia, è certamente vero che qualunque malattia è maturata per ragioni che non hanno nulla a che vedere con il corpo. Noi abbiamo cristallizzato (nel senso di polarizzato) nel corpo aspetti irrisolti, incompleti che fanno già parte di noi. Aspetti che, attraverso la malattia, vogliamo risolvere, dissolvere o riequilibrare in questa vita.

Quando noi guariamo noi stessi nel qui ed ora, guariamo noi stessi anche in tutte le altre dimensioni in cui opera la nostra coscienza, nel passato e nel futuro. Ricordate? Il nostro spirito è immortale, ma nel bene e nel male le sue esperienze qui, condizionano la sua essenza anche altrove.

La vostra malattia potrebbe avere anche origini in una “vita precedente”? Sì, anche questo è possibile, sebbene il discorso sia un po’ più articolato e non lo affronteremo in questa sede.

Le parole chiave per la guarigione? Consapevolezza e accettazione.

La prima implica una capacità di entrare in ascolto di noi stessi e di elaborare, anche e soprattutto a livello psicologico (e quindi anche con la mente) quello che ci sta capitando, ne ho parlato più sopra.

L’accettazione implica la capacità di sentire con il cuore. Di lasciare scorrere le emozioni e trovare l’amore di noi stessi e per noi stessi; un amore privo di condizioni.

La mente ci porta spesso a “spaccare il capello”, con l’attività mentale siamo forti, è innegabile. Ma l’attività della mente avviene nella polarità. Quando invece la polarità si smorza, torniamo a una posizione più “neutra” e le emozioni più profonde (e quindi il contatto con il nostro Spirito Originario che comunica con noi attraverso di esse) sono libere di manifestarsi.

Solo in questo frangente l’accettazione può farsi strada. E badate bene che non si tratta dell’accettazione buonista e new-are a cui ci hanno spesso abituati, si tratta di un’accettazione che passa dal cuore un’accettazione che non ha condizioni e che non va ricercata, si presenta quando è il momento.

Come facciamo dunque a favorire questo riequilibrarsi della polarità. Come facciamo, usando l’esempio taoista, a favorire questo riequilibrio di Yin e Yang?

Calandoci nel silenzio, e iniziando ad ascoltare. Iniziando ad ascoltarci veramente.

Spegnendo la mente e attivando il cuore. Scendendo dal Dan Tien superiore in quello inferiore, passando per quello intermedio.

Lasciamo scendere la mente nel cuore. Torniamo ad ascoltare il nostro Spirito Originario e sediamoci in meditazione dentro di noi, dentro il corpo.

Per fare questo dobbiamo riuscire a non rincorrere la guarigione. Dobbiamo accantonare il desiderio di guarire. Dobbiamo invece lasciare che l’amore del cuore e l’accettazione di chi siamo generino le condizioni ottimali per la guarigione.

Quando impariamo ad ascoltare con il cuore e non con la mente, infatti, le varie questioni si chiariscono all’istante. La polarità si dissolve e la malattia non serve più.

Certo, potreste essere forse “in ritardo” come il mio amico e non riuscirete a guarire il corpo, ma avrete forse già guarito la vostra anima. E se ancora non fosse così, vi risveglierete altrove e saprete cosa vi manca, ancora, per completare il lavoro che avevate in mente. A quel punto sceglierete se concedervi una nuova vita terrena per riprendere da dove avevate interrotto, oppure proseguirete altrove, in altre dimensioni e alla ricerca di nuove esperienze.

Quando vi convincerete che non potete morire, perché la morte non esiste, vi renderete conto che la guarigione sarà solo un piacevole effetto secondario della vita fisica che starete vivendo in quel momento.

Quando vi risveglierete “di là” direte: “Wow, che esperienza pazzesca, sono pronto per un altro giro”.

O magari invece ne avrete abbastanza di questa dimensione così polarizzata e deciderete di andare altrove. È questa la cosa davvero straordinaria: essendo immortale e curioso, il nostro Spirito Originario ci permette, se lo desideriamo, di proiettarci dove vogliamo e tutte le volte che lo desideriamo per continuare a fare le esperienze che riteniamo di dover fare. La paura della morte e della sofferenza causata da una malattia sono solo parte del gioco. 

Connettiamoci con il cuore, riscopriamo chi siamo e smettiamo di temere la morte. Non possiamo morire, anche se un giorno abbandoneremo questo corpo.

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