Wú Wéi (無為). Quando meditare significa semplicemente vivere

Non c’è un assassino, non c’è un movente, non c’è un investigatore. E nemmeno nulla di giusto o sbagliato. Nella meditazione taoista non c’è un caso da risolvere, né un enigma da decifrare. C’è solo ciò che si manifesta. Perché «quello che accade, che si presenta durante l’ascolto, infatti, è quello che è presente in noi, quello che deve essere osservato in quel preciso istante». È ciò che propone nel suo ultimo libro, Ritrovare la Quiete, Cristiano Palazzini, maestro di lunga data di QI Gong, di meditazione e di alchimia taoista. Si tratta di un «semplice riavvicinamento alla quiete senza l’uso di tecniche particolari che ci permetterà di percepire più profondamente dentro e fuori di noi».

A differenza delle meditazioni di altri lignaggi e orientamenti, quella taoista non è analitica, ma si fonda sul celebre principio del Wu Wei, della non-azione, che non vuol dire lasciarsi andare alla pigrizia, alla passività, ma agire con spontaneità e naturalezza, senza sforzo inutile, smettendo di combattere contro il flusso delle cose, come se la Vita agisse contro di noi. Così, invece di entrare a gamba tesa in ogni situazione e prendere di petto anche le più piccole difficoltà quotidiane, invece di cercare di controllare tutto, di impegnarci a “svuotare” la mente dai pensieri, la meditazione taoista ci porta a osservare serenamente chi siamo in quel certo momento, in una condizione di “ascolto” presente e armonico. Non è una fuga dalla realtà, né la ricerca di un’esperienza mistica, ma un approccio molto concreto e fruibile che consiste nel non indagare, non commentare, non inseguire possibili risultati come se si trattasse di una performance, tantomeno cercare di diventare quello che non siamo, ma semplicemente renderci consapevoli della nostra vera identità. Accettando con naturalezza i piccoli e grandi cambiamenti della vita, compreso lo scorrere del tempo con tutto ciò che comporta.

Scrive Zhuangzi (Chuang-tzu), padre fondatore, insieme a Lao Tzu, del Taoismo nella Cina del IV secolo a.C.: «L’Uomo perfetto usa il proprio cuore come uno specchio: non va incontro alle cose, non le insegue; risponde a loro, ma non le trattiene». È questo il segreto per liberarci dalla paura di compiacere gli altri e di esprimere liberamente la nostra vera natura.
Praticando in questo modo, con amore, accettazione, benevolenza e gratitudine verso noi stessi, un sorriso sorgerà spontaneo. Un sorriso molto speciale, che diventerà il nostro viatico, il nostro rito quotidiano – un balsamo che risana le nostre fragilità – quello che portiamo con noi e dentro di noi, che possiamo fare ovunque, in particolare quando ci troviamo tra la folla. E ci capiterà di sentirci riconosciuti tra i non più tanto rari praticanti di una qualche tradizione spirituale. Sentiremo di non essere più soli. E di questi tempi è già abbastanza.

Palazzini interpreta il sorriso come «la capacità di sintonizzarsi al proprio interno, cogliendo la meraviglia che questo nostro interno rappresenta. Cogliere la meraviglia che siamo, riconoscendoci nel contempo i tanti meriti che spesso, invece, non siamo disposti o capaci di riconoscerci (…). Un’energia più alta, che vibra a una frequenza più sottile. Si tratta del nostro punto di entrata in uno spazio energetico più armonioso. Una frequenza energetica che entra più facilmente in risonanza anche con il corpo, con i nostri organi interni che iniziano a vibrare anche loro alla stessa frequenza del sorriso, che diventa lo strumento utile per riarmonizzare l’energia dei nostri organi interni riequilibrandone la polarità Yin e Yang e, di conseguenza, stimolandone e supportandone la guarigione». (Un intero capitolo accompagna gradualmente il lettore in un percorso che, se compiuto con serietà e costanza, potrebbe rivelarsi di profonda rinascita e rinnovamento).

Si tratta di uno sguardo verso l’interno, che coccola dolcemente cuore, fegato, reni, polmoni, milza e tutto quanto percepiamo disarmonico. Organi dove abitano presenze arcaiche, custodi di memorie molto profonde che continuano a influenzarci, quelle stesse che Carl Gustav Jung definiva “dèi”. «Noi continuiamo a essere posseduti da contenuti psichici autonomi come se essi fossero davvero dèi dell’Olimpo», scrive lo psicanalista svizzero. E gli dèi possono manifestarsi «come fobie, ossessioni, sintomi nevrotici. Sono diventati malattie».
La pratica taoista non propone di combattere queste forze, ma di imparare a riconoscerle, ascoltarle e armonizzarle. E Jung ne condivide l’intuizione: ciò che ignoriamo dentro di noi non scompare, ma continua ad agire. Grazie al corpo, alla sua cura e al suo rispetto, possiamo sperimentare lo spirito: è qui che il pensiero e gli insegnamenti del vecchio Maestro Lao Tzu appaiono più che mai attuali.

Diversamente da altre tradizioni che separano il corpo dallo spirito, questa filosofia mette il fisico al centro della pratica insieme al Qi, il soffio vitale, e alla mente, tutti costituenti inseparabili dell’essere umano: un laboratorio di trasformazione spirituale, un microcosmo che è il riflesso del macrocosmo. Queste tecniche semplici e naturali favoriscono un rilassamento profondo e, di conseguenza, un maggiore equilibrio, chiarezza mentale e una maggiore capacità di affrontare le cose del mondo.

Per chi non conoscesse il Taoismo, Ritrovare la quiete è un manuale non solo utile, ma emozionante e quasi poetico. Nella sua semplicità, nel suo approccio diretto, nella sua scrittura fluida, non ultimo nella sua composizione grafica – la scelta oculata del corpo del testo e degli spazi incoraggia a proseguire la lettura – Palazzini offre un’occasione preziosa per capire quanto queste pratiche siano uno strumento molto concreto per vivere una vita migliore. E forse, cominciando da noi stessi, anche il mondo ci apparirà un luogo un po’ più abitabile.

Patrizia PK Sanvitale

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